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Sun, 10 Jul 2005 12:22:49 +0200 (CEST)
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[tml] Perché il G8 di Gleneagles ha fall
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[tml] Perché il G8 di Gleneagles ha fallito
Perché il G8 di Gleneagles ha fallito
Fonte: Mani tese , 08.07.2005 20:21
8 luglio 2005
Rispetto alle aspettative sollevate dalla presidenza inglese e dalla
società civile internazionale sull'esito del G8 di Gleneagles, il
comunicato finale risulta alquanto limitato e mostra come oramai il G8 non
sia in grado di affrontare emergenze globali, data la sua limitatezza e non
rappresentatività nel mutato panorama internazionale. Come il premier
britannico Tony Blair ha ammesso, gli impegni di Gleneagles non consegnano
la povertà alla storia. Ma soprattutto la società civile crede che questi
impegni non consentiranno afatto ai paesi poveri di raggiungere gli
Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite.
Cancellazione del debito dei paesi più poveri
Il G8 si è limitato a ratificare l'accordo definito dallo scorso G7 delle
finanze di Londra per una potenziale riduzione del debito dei 18 paesi più
poveri ed indebitati (di cui 14 africani e 4 latinoamericani). Nonostante
lo stesso Gordon Brown avesse auspicato la cancellazione ad un numero
maggiore di paesi (minimo 23), questo risultato non è stato raggiunto.
Nonostante si sia detto che il valore nominale di questi debiti sia pari a
40 miliardi di dollari, in realtà si tratta di solamente 15 miliardi di
dollari in valore attuale. Inoltre, si parla del debito, per altro
inesigibile da diversi anni, verso solo tre istituzioni finanziarie
internazionali - Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Banca
africana di sviluppo - escludendo nel caso dei paesi latinoamericani la
Banca interamericana di sviluppo, che controlla buona parte del loro debito.
I leader del G8 non hanno chiarito affatto come finanziare una tale
cancellazione, in particolare nel caso del FMI, con il rischio che una tale
cancellazione non venga ratificata a settembre da Banca mondiale ed FMI ai
loro incontri annuali, nonché mettendo a rischio le esistenti risorse per
l'aiuto allo sviluppo che potrebbero essere diminuite per pagare la
cancellazione. In sostanza questa non libererebbe risorse fresche ed
addizionali per far fronte alle sfide dell'Africa e raggiungere gli
Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
Infine, l'accordo in futuro potrebbe essere esteso anche ad altri 10 paesi,
solamente se questi implementeranno le solite ricette di aggiustamento
economico strutturale della Banca mondiale e del FMI, che includono
privatizzazioni dei servizi essenziali, riduzione delle spese sociali e
liberalizzazioni commerciali e del mercato dei capitali, che negli ultimi
20 anni hanno contribuito ad aumentare la povertà, più che a ridurla.
Aumento degli aiuti allo sviluppo
Nel comunicato finale del G8 compare la cifra di 50 miliardi di dollari di
aumento degli aiuti allo sviluppo. Dietro la retorica che la dipinge come
una scelta senza precedenti, in realtà il G8 ricicla quasi tutti impegni
già presi, aggiungendo poche briciole.
Circa 25 miliardi erano già stati promessi dall'intera comunità
internazionale, inclusi gli Stati Uniti, alla Conferenza ONU Finanza per lo
Sviluppo del marzo 2002, allorché ci si era impegnati ad aumentare gli
aiuti fino allo 0,39 per cento del PIL entro la fine del 2006, nella
prospettiva di raggiungere l'obiettivo dello 0,7 per cento disatteso negli
ultimi trent'anni. Si consideri inoltre che il G8 prende in esame
l'orizzonte del 2010, e che quindi visto che il PIL delle economie dei
paesi ricchi cresce ogni anno, andrebbe effettuato un adeguamento costante
delle risorse da destinare in valore assoluto agli aiuti allo sviluppo.
Tale adeguamento per mantenere la percentuale del PIL impegnata allo stesso
livello comporterebbe fino al 2010 un aumento di circa 10 miliardi di dollari.
Dei rimanenti 15 miliardi, in realtà si tratta di impegni appena presi
negli ultimi mesi in particolare dall'Unione Europea con l'obiettivo di
raggiungere lo 0,51 per cento del PIL entro il 2010 ed in risposta
dall'amministrazione americana che si è impegnata ad aumentare gli
stanziamenti per l'Africa, anche se fino ad oggi l'amministrazione Bush non
ha effettuato quasi per nulla esborsi sugli impegni presi a partire dal 2002.
Perciò, il G8 non va oltre gli impegni già presi e non rispettati, e nel
caso di Germania ed Italia mantiene un'ipoteca sulla volontà vera di
raggiungere questi obiettivi, condizionando l'esborso dei fondi
all'andamento dei conti pubblici. In questo contesto risulta tardiva la
posizione italiana di considerare la possibilità di escludere i fondi per
l'aiuto allo sviluppo dal conteggio dell'indebitamento netto all'interno
dei parametri di Maastricht.
In ogni caso va ricordato che nei prossimi tre anni l'aiuto allo sviluppo
dei paesi europei sarà gonfiato in maniera virtuale di circa il 20%, visto
il conteggio della cancellazione del debito odioso iracheno accumulato da
Saddam Hussein, superiore ai 30 miliardi di euro.
Meccanismi innovativi di finanziamento dello sviluppo
Profondamente deludente l'esito del vertice al riguardo. La proposta
franco-tedesca di esplorare seriamente la possibilità di istituire
meccanismi di tassazione globale, quali una tassa sui biglietti aerei, è
stata di fatto rigettata dagli altri leader.
La proposta inglese di istituire una International Finance Facility - ossia
di racimolare risorse aggiuntive tramite l'emissione di titoli obbligazioni
da parte dei governi dei paesi ricchi sui mercati finanziari, da rimborsare
poi a distanza di dieci anni - non decolla neanche in maniera molto
limitata per quel che riguarda il finanziamento dei vaccini per
l'immunizzazione contro malattie endemiche in Africa.
Commercio internazionale
Ancora una volta il G8 dimostra la sua mancanza di volontà di accettare che
le regole del commercio internazionale siano rese più eque a vantaggio dei
paesi più poveri. Nel comunicato finale manca un pronunciamento su una data
ultima per l'eliminazione dei sussidi all'esportazione di Unione Europea e
Stati Uniti, che sono causa di un dumping proprio a danno dei paesi più
poveri.
Non si da affatto una risposta all'emergenza per i paesi produttori di
cotone nell'Africa occidentale, ma si promette soltanto assistenza tecnica
ai paesi poveri per seguire meglio i negoziati ed attuare le riforme
commerciali necessarie ad entrare nei mercati globali. Un conflitto di
interessi palese da parte della Commissione Europea, principale attore che
cerca di strappare una liberalizzazione dei mercati africani dei prodotti
industriali e dei servizi, concedendo loro ben poco in cambio. Ad esempio,
nonostante l'attenzione posta dal G8 sull'erosione degli accordi
preferenziali a vantaggio dei paesi più poveri, in realtà l'Unione Europea
cerca di strappare a suo vantaggio un'ulteriore apertura dei mercati
africani tramite i negoziati degli Economic Partnership Agreements con i
paesi dell‚Africa-Caraibi-Pacifico. Di fatto l'Unione Europea ed il G8
ribadiscono che concederanno eventualmente un accesso agevolato soltanto ad
alcuni prodotti dei paesi già poveri secondo gli impegni già esistenti.
La lotta ai cambiamenti climatici
Molto deludente rispetto alle attese l'esito del negoziato sui cambiamenti
climatici, il secondo pilastro del vertice di Gleneagles. Per quel che
concerne il riconoscimento delle responsabilità umane si torna indietro
rispetto alle dichiarazioni del G7 di Denver del 1997.
L'intesa sulla necessità di ridurre le emissioni con il consenso degli
americani in realtà getta le basi per un accordo diverso da Kyoto oltre il
2012, quando il protocollo dovrebbe essere invece rivisto e rafforzato.
Inoltre, il dialogo con le potenze emergenti che sarà avviato a novembre
dal governo inglese, rischia di spostare le responsabilità per una
significativa riduzione delle emissioni inquinanti dai paesi ricchi a
quelli in via di sviluppo, come voluto dall'amministrazione Bush.
Inoltre non c'è nessun impegno temporale e quantificato su come saranno
ridotte ad un certo punto le emissioni.
L'enfasi sulla necessità di esportare tecnologie pulite verso i paesi
africani, senza meglio specificare di quali tecnologie si tratti, apre la
strada al trasferimento di tecnologie a basse emissioni di carbonio, ma con
impatti parimenti negativi a livello ambientale e sulle comunità locali,
come quelli associati ai progetti di grandi dighe idroelettriche e impianti
nucleari. Infine, è singolare che venga chiesto un intervento in tal senso
alla Banca mondiale, che ad oggi rimane il più grande finanziatore pubblico
di nuovi progetti a combustibili fossili. Si pensi solo che dalla
conferenza di Rio nel 1992 fino ad oggi la Banca ha finanziato lo sviluppo
di nuove riserve petrolifere con ben 25 miliardi di dollari, causando
severi impatti futuri per il clima globale.
Risulta davvero curioso che allo stesso tempo il G8 si mostri molto più
preoccupato per l'elevato prezzo del petrolio, chiedendo che i paesi
produttori nel Sud del mondo aumentino la disponibilità di greggio sui
mercati internazionali, aumentando così le emissioni di anidride carbonica,
principali responsabili dell'effetto serra.
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