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Wed, 4 Jan 2006 01:02:16 +0100 (CET)
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[tml] Sette giorni detenuto e malmenato
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[tml] Sette giorni detenuto e malmenato a Tel Aviv
TESTIMONIANZE. VITTORIO ARRIGONI: SETTE GIORNI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 30 dicembre 2005. Vittorio Arrigoni e' un
pacifista italiano impegnato in iniziative umanitarie di solidarieta' e in
difesa dei diritti umani; fermato all'aeroporto di Tel Aviv, e' rimasto una
settimana in stato di detenzione, subendo gravi maltrattamenti; e' ora
tornato in Italia]
Sono ancora intorpidito, tornato da qualche ora in Italia, stamane [il 29
dicembre - ndr] risvegliandomi a casa, nella mia famiglia, ho tratto un
sospiro di sollievo. Ma permane lo sconforto per non trovarmi laddove avrei
dovuto essere. Avevo tutte le buone intenzioni e le ragioni, e il diritto di
oltrepassare il confine israeliano, invitato ad una conferenza
internazionale sulla nonviolenza. Avevo raccolto dei soldi per un
orfanotrofio di Tulkarem, cui rimango affezionato, e alcune famiglie con cui
ho condiviso in passato lutti, disgrazie e speranze, mi aspettano ormai da
due anni. Sono stati giorni difficili, di tremendi sacrifici, specie dopo
che sono stato messo in una cella in isolamento con una telecamera fissata
sulla mia branda, 24 ore al giorno, sottoposto a privazioni fisiche e
intimidazioni psicologiche.
*
Pestaggio all'aeroporto
Il pestaggio mercoledi' 21. Nonostante avessimo piu' volte comunicato al
capo del centro di detenzione in cui siamo stati rinchiusi, la nostra ferma
intenzione di non lasciare Israele prima di apparire dinanzi alla corte, e
che un avvocato stava lavorando per far si' che cio' avvenisse in tempi
brevi (cosa che poi puntualmente e' accaduta) il pomeriggio di mercoledi'
poliziotti con fare molto aggressivo si sono presentanti nella cella per
portare via Michael e rispedirlo in Inghilterra. Michael allora si e'
accucciato nel centro della stanza, rifiutandosi di collaborare, richiedendo
piu' volte - e io con lui - di contattare il nostro avvocato. A questo punto
i poliziotti ci hanno urlato che erano autorizzati a portarlo via con la
violenza. Io so che Michael, sulla cinquantina, ha problemi alle ossa delle
gambe, per cui ero molto preoccupato non si facesse male. Nel momento in cui
i poliziotti provavano ad afferrarlo, mi sono interposto fra lui e loro,
richiedendo a gran voce il mio diritto di contattare il consolato italiano.
La risposta di un poliziotto e' stato una ginocchiata ai testicoli. Hanno
cercato allora, ammanettandomi un polso, di trascinarvi via dalla stanza ed
io con tutte le mie forze, in maniera non violenta, ho cercato di
impedirglielo, aggrappandomi agli angoli del muro, ai piedi del letto.
Hanno cominciato a colpirmi duramente, con calci e pugni, soprattutto sulla
schiena. Una volta riusciti a trascinarmi nel corridoio, la violenza da
parte dei poliziotti e' aumentata (Michael mi dira' in seguito che erano
sette a "occuparsi" di me) Nonostante il mio fisico atletico sono
cardiopatico (seguo una terapia che prevede l'assunzione di 2 pillole al
giorno).
*
Punti di sutura strappati coi denti
Schiacciato a terra e malmenato da diversi poliziotti, ho iniziato ad avere
problemi di respirazione, gridavo di lasciarmi, ma loro non demordevano.
Quando infine ho avvertito una fitta al cuore, la mia preoccupazione si e'
fatta panico. Sono riuscito ad allungarmi e ad afferrare un vetro dal
pavimento, una cornice di un quadro che nel frattempo cadendo era andata in
frantumi. Essendo una persona non violenta, piuttosto che muovere violenza
verso qualcuno sono disposto a infliggermela a me stesso. Allora ho iniziato
a tagliarmi, prima il viso, poi un braccio, infine la mano, pensando che la
vista del sangue placasse la ferocia dei mie aguzzini. E cosi' infatti, dopo
alcuni minuti, i poliziotti hanno mollato la presa, mi hanno permesso di
prendere la mia medicina per il cuore e un'ambulanza mi ha condotto in
ospedale, dove accertamenti concluderanno poi che la fitta non e' il cuore
ma uno strappo al muscolo pettorale dovuto ai maltrattamenti subiti.
Mi hanno ricucito anche alcuni tagli sulla mano, ma in maniera rozza, senza
disinfettare le ferite, tanto che il giorno dopo si sarebbero infettati. Ma
quando ho mostrato la mano ai poliziotti dall'oblo' della mia cella, questi
mi hanno risposto che loro non erano dottori, che mi arrangiassi. Coi denti
sono stato costretto allora a rimuovere da solo i punti di sutura. Per tutto
il tempo prima, durante, e dopo l'"incidente" ho continuamente richiesto di
esercitare il mio diritto a contattare il mio avvocato e il consolato
italiano, inutilmente. "Adesso non e' possibile", la risposta ai miei
continui appelli.
Di ritorno dall'ospedale, a cui sono stato condotto incatenato braccia e
gambe a una barella neanche fossi un pericoloso criminale, un poliziotto mi
ha detto che potevo telefonare al mio console, si', ma una volta arrivato in
Italia! I medicinali per curare la mia cardiopatia mi sono stati requisiti
dalla polizia e mai piu' restituiti. Per due giorni ho subito privazioni di
cibo, e nella mia cella e' stato spento il riscaldamento. Non ho potuto ne'
lavarmi ne' cambiarmi i vestiti incrostati di sangue. Sino a quando il
console italiano, avvertito dal mio avvocato a suo volta avvisato da uno dei
miei compagni reclusi che hanno assistito alla scena, non e' arrivato al
centro di detenzione a ristabilire i miei diritti. Sono grato per tutto
l'operato del console Andrea de Felip a mio favore, nel difendere i diritti
di un cittadino italiano non incriminato per nulla.
*
Una sentenza gia' scritta
Durante un interrogatorio nel quale insistentemente mi si chiedeva perche'
avessi preso le difese di una persona che non e' un mio amico, che conosco
solo da pochi giorni, la mia risposta e' stata piu' volte "per umanita', per
senso di umanita'". Insistevano a non capire.
Sono seguiti giorni difficili di isolamento sino a martedi' 27, quando ci
siamo presentati dinanzi alla corte israeliana. Ma la sentenza era gia'
scritta, storia vecchia. Ho avuto sentore di tutto questo il giorno prima,
quando nella mia cella, ho ricevuto la visita, sgradita visita, di un uomo
in borghese che con fare arrogante ha iniziato a tempestarmi di domande.
Alla mia richiesta di identificazione, l'uomo dopo qualche tentennamento si
e' definito un membro dei servizi (intelligence). E ha concluso il suo
interrogatorio chiedendomi se realmente mi illudevo che l'indomani il
giudice avrebbe potuto emettere una sentenza a nostro favore.
Le motivazioni con cui il giudice ci ha rifiutato un visto per entrare in
Israele rasentano il ridicolo. Dalla sentenza del giudice infatti si desume
che dall'Italia siano giunte informazioni riguardo a un mio coinvolgimento
attivo in una rete internazionale radicale vicino agli anarchici. Premesso
che abbracciare un'ideologia anarchica non mi risulta essere di per se' un
crimine, non ho mai avuto a che fare nella mia vita con movimenti anarchici.
Vivo un vita tranquilla, sono una persona piuttosto solitaria che trascorre
le ore libere dal lavoro con gli amici, o accompagnandomi a un buon libro.
Non svolgo alcuna attivita' politica qui in Italia, se si esclude la
gestione di un blog in cui cerco di riflettere sui temi della cronaca
quotidiana. Una volta all'anno parto per partecipare a progetti umanitari
fuori dall'Italia in cui presto il mio lavoro volontario. Sono stato in
Europa dell'Est e in Africa, a costruire orfanotrofi, ostelli per senza
tetto, ristrutturare ambulatori, centri comunitari. In Palestina aderisco ai
progetti dell'International Solidarity Movement (Ism), perche' li ritengo al
momento i migliori per lo stato di urgenza dovuta all'occupazione
israeliana, ma mi sento libero anche in futuro di partecipare ad altri
progetti con altre organizzazioni.
*
Osservatore per i diritti umani
Tutto cio' mi fa pensare alla vera utilita' svolta dai servizi di
intelligence nei vari paesi, a quella mano oscura di cosi' arguti da non
riuscire a sventare clamorosi attentati, tutti intenti a redigere dossier
palesemente inventati per donare una parvenza di giustificazione che dia il
via a questa o quella guerra. Gli stessi servizi, che dall'Italia hanno
passato informazioni totalmente false a Israele riguardo alla mia persona.
Il giudice ha anche sentenziato che in passato io e i miei compagni avremmo
partecipato a manifestazioni violente nella West Bank. Anche questo e'
falso, alle uniche manifestazioni in Palestina contro il muro dell'apartheid
a cui ho assistito, la mia presenza era in loco solo come osservatore di
diritti umani, e in questi casi ho dovuto denunciare che le violenze
giungevano dai soldati israeliani armati, piuttosto che da civili
palestinesi disarmati.
Nonostante l'esito negativo della sentenza emessa dalla corte, continueremo
a percorrere ogni via legale e lecita per cercare di spezzare questa catena
di apartheid, questa continua illecita e illegale discriminazione promossa
da Israele verso attivisti pacifisti e operatori umanitari. Israele deve
capire che la presenza di internazionali in Palestina, che lavorano per la
pace, non e' una minaccia, ma appunto un incentivo al processo di pace fra
palestinesi e israeliani. Che da una conferenza internazionale sulla
nonviolenza Israele ha tutto da guadagnare, allorche' la resistenza
palestinese decidesse di adottare strategie gandhiane. Non e' isolando la
Palestina che Israele costruisce la sua sicurezza. Israele deve capire che
la presenza di cittadini italiani, inglesi, spagnoli o americani in
Palestina funge da deterrente alle continue violazioni dei diritti umani da
parte dell'esercito israeliano, e da cio' ne trae beneficio Israele stesso,
perche' violenza genera sempre violenza, e una Palestina libera
dall'occupazione militare sarebbe la migliore garanzia di sicurezza per i
cittadini isrealiani.
Mentre alcuni media, rappresentano una visione del conflitto in cui Sharon e
il suo governo avrebbero bruscamente virato per una politica di pace, noi
che in Palestina ci mettiamo costantemente piede, sappiamo che il muro
dell'apartheid continua a essere costruito, che la terra palestinese viene
continuamente confiscata, che alle colonie evacuate da Gaza e' corrisposta
una maggiore espansione coloniale nella West Bank, che l'occupazione
militare e' causa di miseria e morte a tutte le ore nella vita di ogni
palestinese. La criminalizzazione della pace deve essere impedita. Per
questo non abdichiamo, continueremo a cercare di varcare i confini
israeliani con il nostro messaggio pacifista, e in questi giorni altri
volontari si stanno muovendo, pronti a partire, ben consci che i giorni di
prigionia a cui siamo esposti non sono nulla in confronto alle atroci
sofferenze che i detenuti palestinesi subiscono nelle carceri israeliane
illegali sparse su territorio palestinese.
*
L'immobilita' del governo italiano
Dopo questi giorni per me cosi' provanti, raccolgo cio' che di positivo se
ne e' tratto. Perche' se sia qui in Italia, che in Australia, che in
Inghilterra, questo problema e' stato risollevato, se qualche coscienza e'
stata risvegliata, se l'ingiusta giustizia israeliana si e' trovata
imbarazzata nel dichiarare colpevoli dei pacifisti innocenti, il nostro
"sacrificio" non e' stato per niente vano. Soprattutto, se uomini politici,
senatori e parlamentari attualmente all'opposizione, si sono interessati al
mio caso, cio' e' di buon auspicio per possibile nuove azioni qualora ci sia
un passaggio di potere al governo. Perche' cio' che mi ha piu' sconsolato,
piu' delle umiliazioni e delle intimidazioni nel mio periodo di detenzione,
e' stata proprio l'immobilita' dell'attuale governo nei confronti di un suo
cittadino ingiustamente incarcerato. Dovessi trovarmi in futuro in una
situazione simile, voglio sperare di poter essere assistito da un governo
meno interessato a interessi strategico-militari e piu' coinvolto nella
lotta per il rispetto dei diritti umani.
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